LA PERFEZIONE

 

Gesù… mi ha messo innanzi agli occhi il libro della natura e ho capito che tutti i fiori creati da Lui sono belli, che lo splendore della rosa e il candore del giglio non tolgono nulla al profumo della piccola violetta o alla semplicità incantevole della margheritina…

Ho capito che se tutti i fiorellini volessero essere rose, la natura perderebbe il suo ornamento primaverile, i campi non sarebbero più smaltati di fioretti…

Così avviene nel mondo delle anime che è il giardino di Gesù.
Egli ha voluto creare grandi Santi che possono paragonarsi ai gigli e alle rose, ma ne ha creati anche di più piccoli, e questi devono contentarsi di essere pratoline o violette destinate a rallegrare lo sguardo del buon Dio quando Egli lo abbassa ai suoi piedi.
La perfezione consiste nel fare la sua volontà, e nell’essere ciò che Egli vuole che siamo…

 

                                                                                                       S. Teresina

TI AUGURO IL TEMPO

Io ti auguro non tutti i possibili regali.
Io ti auguro solo quello che la maggior parte della gente non ha
Io ti auguro del tempo per gioire e per ridere, e quando lo usi puoi cambiare qualcosa là fuori.
Io ti auguro del tempo per il tuo fare, per il tuo pensare, non solo per te stesso, ma anche per regalarlo.
Io ti auguro del tempo per non avere fretta e per correre, ma il tempo per poter essere soddisfatto.
Io ti auguro del tempo non solo così per poterlo sprecare.
Io ti auguro che ti possa restare del tempo per stupirti, e del tempo per avere fiducia, invece che guardare come passa il tempo nell’orologio.
Io ti auguro del tempo per poter afferrare le stelle e tempo per crescere, cioè per maturare.
Io ti auguro del tempo per sperare di nuovo e per amare, non ha senso rinviare questo tempo.
Io ti auguro del tempo per trovare te stesso, ogni giorno, ogni ora per trovare la felicità.
Io ti auguro del tempo anche per perdonare gli altri.
Io ti auguro di avere tempo per vivere..

Ago 14, 2011 - Senza categoria    No Comments

UN CUORE OSPITALE

Concedimi, Signore, un cuore ospitale, spazioso come un’antica villa sul colle e lindo come una casetta nuova che odora di intonaco e si spalanca al sole. Concedimi un cuore ospitale non solo per i giorni di festa, i facili giorni della gioia e del riposo, ma per tutti i giorni dell’anno, specialmente quelli più monotoni e sofferti o riasri da una dura fatica. Concedimi un cuore ospitale per tutte le stagioni della vita, un cuore libero dall’ingranaggio del fare e strafare, dalle preoccupazioni del denaro e del successo,dal malessere di un ecessivo benessere, dalla ridda delle inquietudini egoistiche, dalla paura della malattia e della morte.

Concedimi un cuore ospitale in cui l’amico possa entrare ogni momento e deporre il suo pesante fardello e il nemico trovi l’uscio socchiuso che non lo metta affatto a disagio e un fiore occhieggiante di sorriso come invito a sgelarsi ed entrare.

Concedimi un cuore ospitale con il focolare acceso del saper amare e un calore umano, un palpito attento e delicato per ognuno che viene.

Povero o ricco, giovane o anziano, del mio paese o di lontana nazione, possa il cuore scaldarlo di viva simpatia e accettarlo così com’è e prenderlo per il suo verso, collaborando con lui per “cieli e terra nuovi”.

                                                                                                                                      M.Pia Giudici

TI RACCONTO LA PAROLA – 11.04.10

11 aprile 2010 – Patrono dei credenti

«Maestro, poco fa volevano lapidarti e tu ora decidi di scendere a Gerusalemme per Lazzaro?».
Andrea e Filippo sono esterrefatti. Gesù tace, lo sguardo posato in terra, pensieroso.
«Rabbì – interviene Pietro – hanno ragione, il clima è troppo teso per scendere in Giudea. Non è proprio opportuno!». Gesù sospira.
«Occorre andare» sussurra il Nazareno.
Attimo di pesante silenzio, sguardi allibiti.
Poi è Tommaso a sciogliere la tensione: «Dai, andiamo a morire con lui!». E tutti scoppiano a ridere.
È la prima volta, nel vangelo di Giovanni, in cui Tommaso parla.

Sangue
La notte precedente Tommaso l’ha passata nascondendosi sotto un vecchio ulivo nella valle del Cedron. Non sente i morsi della fame e neppure il freddo. Negli occhi ha solo l’immagine di Gesù, il suo Gesù, straziato e sanguinante pendere nudo dal patibolo mentre la folla lo insulta. Per qualche istante Tommaso era rimasto impietrito, nascosto tra la folla dei curiosi. Poi, se n’era andato per paura di essere riconosciuto. Ora, sotto l’ulivo, tutto gli torna alla mente. Sente paura e rabbia, una rabbia terribile, soffoca un urlo che gli spacca la testa. «Andiamo a morire con lui!».
Idiota, pavido, vigliacco, mezzo uomo, infame, meschino, mille volte maledetto, dannato, traditore.
L’alba lo raggiunge intontito e assopito. È l’umidità dell’aurora e il freddo del deserto a svegliarlo. Che fare? Pensa agli altri: a Pietro, a Giovanni, a Giuda. Dove saranno?
D’improvviso gli torna alla mente la stanza al piano alto in cui avevano celebrato la Pasqua, solo due giorni prima. Un’eternità, ora.
Forse gli altri sono là. Il sabato è concluso, la gente riprende il lavoro. Forse è meglio aspettare il calare della sera. Vaga tutto il giorno tra Betania e il deserto di Giuda, svuotato, esausto, consumato.
Verso sera, prudentemente, rasentando i muri, sale a Sion per vedere se gli altri si sono radunati.
Arriva alla porta e bussa con circospezione. Nulla. Silenzio.
Poi una voce «Chi è?»
«Sono io, Natanaele, apri»
La porta si apre, per chiudersi subito dopo.

Annunci
«Tommaso, abbiamo visto il Signore! È vivo!»
Tommaso guarda i volti euforici dei suoi compagni. È sbalordito e attonito.
«È così, Tommaso! È anche apparso a Cleopa e Zaccaria, nei pressi di Emmaus!»
Tommaso indietreggia, non si lascia abbracciare dagli altri.
«Tu, Andrea, tu, Simone, tu, Giovanni? Voi mi venite a dire questo? Dove eravate? Dovevamo morire con lui! Siamo tutti fuggiti! No, se non lo vedo, se non vedo le sue ferite io non crederò!».
Il sorriso si spegne sul volto degli altri. Ha ragione, Tommaso.
Non se va Tommaso. Non si sente offeso se il messaggio della resurrezione è affidato alle nostre fragilissime mani. Non capisce ma resta, senza fondare una chiesa alternativa, senza sentirsi migliore, senza andarsene.
E fa bene a restare. Otto giorni dopo il Maestro torna, apposta per lui.

Chiodi
Eccolo, il Risorto. Leggero, splendido, sereno. Sorride, emana una forza travolgente.
Gli altri lo riconoscono e vibrano. Tommaso, ancora ferito, lo guarda senza capacitarsi. Viene verso di lui ora, il Signore, gli mostra le palme delle mani, trafitte.
«Tommaso, so che hai molto sofferto. Anch’io ho molto sofferto: guarda qui»
E Tommaso cede. La rabbia, il dolore, la paura, lo smarrimento si sciolgono come neve al sole.
Si butta in ginocchio ora e bacia quelle ferite e piange e ride.
«Mio Signore! Mio Dio!».

San Tommaso
San Tommaso, patrono di tutti gli entusiasti che buttano il cuore oltre l’ostacolo, che ci credono a questo Cristo, aiuta quelli che hanno sperimentato sulla propria pelle il fallimento della propria vita. Dona loro di non lasciarsi travolgere dalla rabbia e dal dolore, ma di sapere che il Maestro ama la loro generosità, come ha amato la tua.
San Tommaso, patrono di tutti gli scandalizzati dall’incoerenza della Chiesa, aiuta chi è stato ferito dalla spada del giudizio clericale a non fermarsi alla fragilità dei credenti, ma di fissare lo sguardo sullo splendore del risorto che essi indegnamente professano.
San Tommaso, patrono dei tenaci, aiuta a non sentirci migliori quando, come te, vediamo che i nostri fratelli nella fede sono piccini, ma a restare fedeli al grande sogno del Maestro che è la Chiesa e a convertire la Chiesa a partire da noi stessi.
San Tommaso, patrono dei crocefissi senza chiodi, che hai visto nel segno delle palme del Signore riflesso lo squarcio che la sua morte aveva provocato nel tuo cuore, aiuta a vedere che il dolore, ogni dolore, il nostro dolore è conosciuto da Dio.
San Tommaso, patrono dei discepoli, primo, tra i Dodici, ad avere professato la divinità di Cristo, aiutaci a professare con franchezza la nostra fede nel volto di Dio che è Gesù.

Paolo Curtaz

Apr 10, 2010 - Senza categoria    No Comments

IL NOME DI DIO

Vincenzino e Mohamed sono due bambini reali, che sono esistiti, conosciuti da Lauretta, in un periodo del suo volontariato in ospedale.

Prima in ospedale c’era solo Vincenzino, un bambino calabrese, che è stato raggiunto dopo qualche tempo da Mohamed, proveniente dall’Iran.

Pur essendo di fede diversa i due diventano inseparabili amici per la pelle e nelle loro azioni quotidiane sono sempre insieme. Dove era l’uno, c’era l’altro, non li vedevi mai da soli o separati.

Purtroppo soffrivano di gravi mali ed erano destinati col tempo a soccombere, ma la cosa più straordinaria di questa esperienza e’ che in realtà, sono morti a tre ore di distanza l’uno dall’altro.

Lauretta nel suo grande dolore, dedica loro una magnifica favola di non molte parole, ma molto significativa e immagina che dopo la loro morte stiano camminando nell’aldilà diretti verso il Grande Trono, dove è assiso il Creatore…

 

“Il nome di Dio”


— Sei pronto, Vincenzino?— chiese con voce dolcissima l’Angelo che era entrato in quel mo­mento nella stanza del bimbo, all’ospedale.
— Sì! — rispose il bambino e aggiunse: Andiamo da Dio, vero?
L’angelo assentì col capo. Vincenzino mise fidu­cioso la sua manina in quella dell’angelo. Insie­me lasciarono l’ospedale, la città addormentata sotto una coltre di stelle, la terra verde azzurra e si inoltrarono lungo le vie del cielo, scintillanti di luce. Il bimbo saltellava al fianco dell’angelo, quando, all’improvviso, si sentì chiamare:
— Vincenzino, dove vai? Aspettami! Si voltò indietro e vide venire verso di lui il suo amichetto Mohamed, compagno di tanti giochi, là in ospedale. Anche Mohamed era affiancato da un angelo che indossava una veste candida, stretta in vita da una fascia d’oro.
Sapendo che Mohamed era venuto da lontano per curarsi e che era in ospedale solo con il papà, Vin­cenzino domandò:
— L’hai detto al tuo papà?
— No, l’ho lasciato inginocchiato sul tappeto del­la preghiera. M’è sembrato il momento migliore, per partire. Sono sicuro che Allah saprà consolar­lo, dettargli le risposte giuste in fondo al cuore.
— Allah? — domandò Vincenzino con stupore — E chi è Allah?–.
Mohamed scoppiò in una risata. Quella risata ar­gentina che lo contraddistingueva e che gli faceva brillare i grandi occhi scuri.
— Allah è Dio!
— No, Dio si chiama Trinità — ribatté Vincenzi­no — Ne sono sicuro perché me l’ha detto mio padre.
— Anch’io sono sicuro che si chiama Allah, me l’ha detto mio padre — disse Mohamed. Poiché l’autorità di un papà non si mette in di­scussione, i due bambini dovettero concludere:
— Ma allora il tuo Dio non è uguale al mio!
— Questo vuoi dire che gli angeli non ci stanno portando dalla stessa parte!_— realizzò in un istante Vincenzino è aggiunse: Io non voglio ve­dere là Trinità, senza di te!
— Neppure io voglio vedere Allah, senza di te! Per fortuna, gli angeli stavano conversando ami­chevolmente tra di loro. Un’occhiata d’intesa pas­sò tra i due bambini che fecero dietrofront e si na­scosero in mezzo a un banco di nuvole.
— Adesso dobbiamo cercare un posto dove stare insieme — disse Mohamed. Mano nella mano, il piccolo musulmano e il pic­colo cattolico si incamminarono su una strada lastricata di turchesi.
Cammina cammina arrivarono in vista di una città le cui porte erano di zaffiro e di smeraldo, le mu­ra di pietre preziose e le torri di oro purissimo.
— Quella è la casa di Dio! — esclamò Vincenzi­no. Del mio Dio — precisò poi.
— No, quella è la pasa del mio Dio — disse con­vinto Mohamed.
— Ma se è come quella del racconto della Bibbia che mi leggeva la nonna a casa, la sera! — disse Vincenzino, quasi piagnucolando.
— Non è possibile, guarda: ci sono due giardini con frutta, palme e melograni. E anche due fonti zampillanti: è tutto proprio com’è decritto nel li­bro del Corano.
— Scommetti che è la casa del mio Dio? — disse Vincenzino.
— Scommetti che è la casa del mio Dio? — disse Mohamed.
Così dicendo, i due bambini corsero verso 1′ in­gresso principale davanti al quale stavano due Angeli, in candide vesti.
— Abita qui la Trinità? — domandò Vincenzino.
— Sì — rispose uno dei due angeli, sorridendo. Per nulla convinto, Mohamed domandò:
— Abita qui Allah?
— Sì — rispose l’altro angelo, con un identico sorriso.
— Andiamo a vedere di persona — disse Moha­med, che era un tipo pratico. Forse il tuo Dio e il mio Dio abitano nella stessa casa. Con grandissimo stupore, Vincenzino e Mohamed dovettero constatare che c’era un solo Dio, sedu­to sul suo trono sfavillante di luce.
— Tu sei Trinità? — domandò il piccolo cattolico.
— Sì, lo sono.
— Tu sei Allah? — domandò il piccolo musul­mano;
— Sì, lo sono.
— Ma allora hai due nomi! — constatarono i bambini, stupefatti.
— Non solo due, ne ho molti di più! — disse Dio, divertito — Mi chiamano persino Caso, Natura, ma sono sempre io !
— Senti — disse Mohamed, il tipo pratico — non si potrebbe chiamarti con un nome solo, visto che tu sei solo Uno? Così, tanto per non fare confu­sione.
— Chiamatemi Amore — disse Dio, stringendo­ si al petto il piccolo cattolico e il piccolo musul­mano.

 

 

Lauretta Perassi

 

 

NOTTE DOPO IL SABATO

Ripubblico un post di qualche ano fa, dedicato a tutte le persone che cercano “un amore più grande”:

“Quella notte non riuscii a prendere sonno.

Maria e Salome, piansero a lungo, in silenzio, poi finalmente si addormentarono.

Guardavo il loro volto stanco, rigato dalle lacrime, mentre i miei occhi restavano asciutti.

Non potrei definire dolore quello che provavo, semplicemente ero vuota.

Il vento non accennava a placarsi ed insinuandosi tra le  fessure della mia vecchia casa, pareva voler entrare a viva forza anche nel mio cuore, per snidare i pensieri più celati, per far affiorare i ricordi più brucianti.

Mentre piegavo le bende e preparavo gli unguenti, ripensai alla prima volta che lo vidi.

 

Avevo conosciuto molti uomini prima di lui, ma nessuno era stato capace di conquistare il mio cuore.

Quelli che di notte cercavano un po’ di calore tra le mie braccia, di giorno mi evitavano con cura. Per tutti ero un pubblica peccatrice, una donna disprezzabile, da condannare senza appello.

L’amore che da giovane avevo sognato non aveva mai bussato alla mia porta ed ormai era troppo tardi.

Poi venne lui.

I miei occhi nei suoi sfiorarono l’abisso, un abisso di luce e di pace.

Cominciai a seguirlo.

Le sue parole, parole nuove, mai udite prima, erano balsamo per il mio cuore.

Non mi sfiorò mai e tuttavia la forza del suo amore penetrò le fibre più profonde del mio essere.

La mia veste di sacco si mutò lentamente in abito di gioia: anch’io ero amabile ed amata…

 

Il vento era cessato.

Guardai fuori.

La luce chiara dell’alba giocava con i fiori degli albicocchi e dei gelsomini.

L’inizio di un nuovo giorno.

Provai un senso di fastidio di fronte a quella bellezza, così poco intonata alla mia disperazione…

Poi all’improvviso una voce: “ Vieni, amica mia, mia bella. E’ finito l’inverno, sono terminate le piogge. Già spuntano i fiori nei campi, la stagione del canto ritorna…”

Rientrai in casa e svegliai le mie compagne. Raccogliemmo in fretta gli oli aromatici e i teli di lino e cominciammo a correre verso il sepolcro.

Salome domandò: “Chi ci rotolerà via la pietra che è davanti alla porta?”.

Non dissi nulla, ma sentivo, in cuor mio, che ben più di un macigno era stato rimosso”.

 

 

                                                                                                Buona Pasqua!

 

                                                                                                    Anto

 

PREZIOSITA’ DEL SILENZIO

LA PREZIOSITA’ DEL SILENZIO
 
Il silenzio è mitezza:
quando non rispondi alle offese,
quando non reclami i tuoi diritti,
quando lasci a Dio la tua difesa e il tuo onore!
 
Il silenzio è magnanimità:
quando non riveli le colpe dei fratelli,
quando perdoni senza indagare nel passato,
quando non condanni, ma intercedi nell’intimo.
 
Il silenzio è pazienza:
quando soffri senza lamentarti,
quando non cerchi consolazioni umane,
quando non intervieni, ma attendi che il seme germogli.
 
Il silenzio è umiltà:
quando taci per lasciare emergere i fratelli,
quando celi nel riserbo i doni di Dio,
quando lasci che il tuo agire sia male interpretato,
quando lasci ad altri la gloria dell’impresa.
 
Il silenzio è fede:
quando taci perché è lui che agisce,
quando rinunci alle voci del mando, per stare alla sua presenza,
quando non cerchi comprensione,
perché ti basta essere conosciuto da lui.
 
Il silenzio è saggezza:
quando ricorderai che dovremo rendere conto di ogni parola inutile,
quando ricorderai che il diavolo è sempre in attesa di una tua parola
imprudente per nuocerti e uccidere.
 
Il silenzio è adorazione:
Quando abbracci la Croce senza chiedere “Perchè?”,
il silenzio è adorazione.
 
“Ma Gesù taceva.” (Mt 26,63)
 
(Giovanni della Croce, + 1591)
Giu 17, 2009 - Senza categoria    No Comments

Il meglio

Il meglio

 

Se non puoi essere un pino

in cima alla collina,
sii un arbusto nella valle,

ma sii il miglior, piccolo arbusto

accanto al ruscello;
sii un cespuglio, se non puoi essere un albero.
E se non puoi essere un cespuglio,

sii un filo d’erba,
e rendi più lieta la strada;
se non puoi essere un luccio ,

allora sii solo un pesce persico:
ma il persico più vivace del lago!
Non possiamo essere tutti capitani,

dobbiamo essere anche equipaggio.
C’è qualcosa per tutti noi qui,
ci sono grandi compiti da svolgere

e ce ne sono anche di più piccoli,
e quello che devi svolgere tu è li, vicino a te.
Se non puoi essere un’autostrada,

sii solo un sentiero,
se non puoi essere il sole, sii una stella.
Non è grazie alle dimensioni

che vincerai o perderai:
sii il meglio di qualunque cosa tu possa essere.


(Douglas Malloch)

Feb 2, 2009 - Senza categoria    No Comments

2 febbraio

Quando Maria e Giuseppe presentano Gesù al Tempio, non hanno che due colombe da offrire. Non siamo forse anche noi dei poveri di Cristo, noi che così sovente lo cerchiamo a tastoni? E il Cristo non posa forse il suo sguardo su ciò che in noi è più fragile?
                                                                                                                                                                            
Da In Te la pace del cuore frère Roger di Taizé, Editrice Elle Di Ci

Feb 2, 2009 - Senza categoria    No Comments

Ho Scritto sulla Sabbia

Questa storia racconta di due amici che camminavano nel deserto.
Ad un certo punto del viaggio cominciarono a discutere,
ed un amico diede uno schiaffo all’altro;
questi addolorato, ma senza dire nulla,
scrisse sulla sabbia :
” IL MIO MIGLIORE AMICO
OGGI MI HA DATO UNO SCHIAFFO.”
Continuarono a camminare, finché trovarono un’oasi,
dove decisero di fare un bagno.
L’amico che era stato schiaffeggiato rischiò di annegare,
ma il suo amico lo salvò.
Dopo che si fu ripreso, scrisse su una pietra :
” IL MIO MIGLIORE AMICO
OGGI MI HA SALVATO LA VITA.”
L’amico che aveva dato lo schiaffo
e aveva salvato il suo migliore amico domandò :
” Quando prima, ti ho colpito, hai scritto sulla sabbia,
e adesso lo fai su una pietra. Perché ?”
L’altro amico rispose :
quando qualcuno ci ferisce dobbiamo scriverlo sulla sabbia,
dove i venti del perdono possano cancellarlo.
Ma quando qualcuno fa qualcosa di buono per noi,
dobbiamo inciderlo nella pietra,
dove nessun vento possa cancellarlo.

IMPARIAMO A SCRIVERE LE NOSTRE FERITE NELLA SABBIA
E AD INCIDERE NELLA PIETRA LE NOSTRE GIOIE !

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